India in solitaria

Il Rajasthan zaino in spalla in solitaria

Ho una cugina che da quattro anni vive a Nuova Delhi. Una bella occasione per andare a trovarla e contemporaneamente poter visitare una nazione che da sempre mi incuriosisce! Decido di suddividere il viaggio in due parti: a Delhi ospite di mia cugina e della sua famiglia e successivamente zaino in spalla in solitaria toccando le principali città dal Rajasthan.

Il visto turistico per l’India è possibile richiederlo on line al sito https://indianvisaonline.gov.in/evisa/tvoa.html pagando circa 40 euro con carta di credito. Per quanto riguarda le vaccinazioni consiglio vivamente di fare quelle per epatite A e tifo. Io ho fatto anche la vaccinazione anti-colerica non tanto per il rischio remoto di contrarre il colera quanto perché sembra essere abbastanza efficace nella prevenzione parziale della diarrea del viaggiatore. Se si viaggia nei mesi invernali nel nord dell’India non è necessaria la profilassi anti-malarica in quanto le temperature alla sera sono basse e di zanzare io non ne ho viste neanche una.
Decollo da Bologna con Emirates e dopo uno scalo notturno di quattro ore all’aeroporto di Dubai e altre tre ore di volo atterro a Delhi. Il primo impatto con la città è disarmante complice anche la notte insonne appena trascorsa. Il traffico è pazzesco e appena fuori dall’aeroporto sono diverse le situazioni di estrema povertà in cui mi imbatto. Bambini ai lati della strada che si riscaldano con fuochi accesi con mezzi di fortuna, molte persone accampate in mezzo a cumuli di spazzatura rovistati da cani randagi. Mia cugina e la sua famiglia vivono in una bella zona residenziale nella parte sud-est della città. Dopo tante chiacchiere e una rigenerante dormita il giorno successivo ci dirigiamo ai Lodi Gardens, giardini molto curati ad ingresso libero. E’ domenica e trascorriamo una piacevole giornata insieme a tante famiglie indiane che mangiano sul prato, giocano a pallone e chiacchierano. Il giorno seguente piove e ne approfitto per dedicarmi a qualche museo interessante come la casa-museo di Indira Gandhi nel cui giardino il primo ministro indiano fu assassinato dalle sue guardie del corpo nel 1984 e il museo nazionale di Gandhi dove al piano superiore è stata allestita un’interessante mostra interattiva. Pausa pranzo nel buon ristorante dell’originale Crafts Museum che, oltre a riprodurre varie espressioni dell’artigianato tradizionale indiano, ospita gratuitamente artigiani dell’entroterra che vendono le loro produzioni. Nel pomeriggio mi reco al Museo Archeologico (non è tenuto bene ma possiede diversi pezzi interessanti). Il giorno seguente mia cugina mi porta alla scoperta del più grande mercato asiatico, a Chandni Chowk, dove troverete venditori di perle e gioielli, librerie, interi bazar dedicati alla vendita di tutti i tipi di tessuti ma soprattutto un grande mercato delle spezie (in Khari Baoli Road), affascinante grazie ai suoi odori e colori. Se non si visita questo luogo non si può dire di aver conosciuto la vera Delhi. Consiglio di visitarlo al mattino presto perchè poi la ressa diventa pazzesca favorendo il rischio di uscirne con qualche imprevisto (borseggi). In tarda mattinata montiamo su un ciclorisciò che facendosi largo a fatica fra la moltitudine di persone che ora affollano il mercato ci scarrozza verso Jama Masjid, la moschea più grande dell’India. Nel pomeriggio ci spostiamo al sito storico del mausoleo di Humayun, preso come modello per la realizzazione del Taj Mahal. Visitare la capitale dell’India in compagnia di una persona che risiede qui da diversi anni è stato sicuramente il valore aggiunto di questa esperienza, mi ha permesso di conoscere luoghi meno turistici ed entrare in stretto contatto con la cultura indiana. Due posti su tutti mi sono rimasti impressi per via della loro originalità: tappa obbligata a Delhi è il Gurudwara Bangla Sahib, uno dei più grandi templi Sikh di tutta l’India. Sono rimasto profondamente affascinato da questa religione. I Sikh fanno molto volontariato e nelle loro immense cucine sotto al tempio accolgono chiunque abbia bisogno di un pasto. Si entra a piedi nudi e con un foulard arancione da mettere intorno alla testa a mò di bandana (lo trovate a disposizione nell’ufficio informazioni in posizione defilata rispetto all’ingresso al tempio). L’altro luogo da non perdere è il tempio gianista di Shri Digambar Jain Lal Mandir, il più antico e conosciuto. Entrambi i templi si trovano in prossimità del Red Fort e del mercato di Chandni Chowk.

AGRA E IL TAJ MAHAL

Alle sei di mattina l’autista di mia cugina mi aspetta sotto casa per portarmi ad Agra da dove comincerà il mio tour in solitaria. Una fitta nebbia mi accompagna per tutto il viaggio della durata di tre ore. Inizio ad avere qualche perplessità sul riuscire a vedere bene il Taj Mahal ma per fortuna nelle ore successive la nebbia si diraderà lasciando spazio a una leggera foschia. Arrivo al Bansi Home Stay dove Mr Burman, ex dirigente dell’ufficio del turismo di Agra ora in pensione, mi aspetta per fare il check-in nel suo accogliente e familiare Bed&Breakfast. La mia avventura in solitaria è cominciata! Mi dirigo a piedi attraverso il quartiere di Taj Ganji verso il Taj Mahal fra non poche difficoltà (i pedoni in India non sono praticamente considerati e gli spostamenti a piedi nelle varie città del Rajasthan risulteranno impegnativi) facendomi largo tra cani randagi, mucche distese per terra e macachi che saltano da un tetto all’altro di fatiscenti abitazioni. Gli odori sono forti e non sempre gradevoli soprattutto se ci si allontana dalle vie principali e ci si addentra in questi quartieri poverissimi. Il mio obbiettivo è raggiungere l’ingresso sud del complesso del Taj Mahal, quello non dedicato ai gruppi organizzati per evitare la coda ai controlli. Ai visitatori che viaggiano senza gruppi organizzati consiglio quest’ingresso anche se non è dotato di deposito, quindi attenzione a quello che avete nello zaino (non sono permessi cibi, accendini, materiali appuntiti o taglienti e torce…), io ho dovuto lasciare giù il cavalletto della mia GoPro a uno dei numerosi ragazzini che non aspettano altro e che chiaramente al vostro ritorno pretendono una lauta mancia. Sul Taj Mahal credo non ci sia nulla da dire se non sottolineare lo stupore che si prova appena si varca la soglia del Great Gate e ce lo si trova di fronte. Più ci si avvicina e più si nota la raffinatezza e l’eleganza con le quali è stato progettato. Il candore bianco abbaglia e commuove, mai avrei pensato che un monumento potesse infondere tanta meraviglia ed emozionarmi così. Dopo un paio d’ore trascorse a fotografare contratto con un guidatore di tuc tuc per farmi portare prima al Forte rosso di Agra, uno dei forti moghul più belli di tutta l’India e successivamente alla Itimad-ud-Daulah sull’altra sponda del fiume Yamuna, la sontuosa tomba di Mizra Ghiyas Beg conosciuta dalla gente del posto come il ‘piccolo Taj’. L’esperienza più emozionante della giornata però deve ancora arrivare. Mi faccio lasciare lungo la Fatehabad Road per andare a fare visita a delle incredibili donne. Di fronte al The Gateway Hotel si trova il piccolo colorato Sheroes Hangout Cafè, locale gestito da coraggiose donne vittime di aggressione con acido. Ognuna con la propria storia di dolore e sofferenza da raccontare, ma unite da una forte amicizia e sempre sorridenti. Mi ha colpito profondamente la loro forza interiore che gli ha permesso di creare questa associazione e aprire questo posto per sensibilizzare più persone possibili contro questa brutalità. Se passate da Agra vi consiglio di fermarvi a fare quattro chiacchiere con loro sorseggiando un Masala Chai. Il loro menu non prevede prezzi ma si lascia un’offerta libera. Gratificato da questo incontro rientro in camera per poi andare a cena all’Udupi Restaurant specializzato in cucina del sud dell’India.

FATEHPUR SIKRI E JAIPUR

La mattina seguente mi aspetta sotto il b&b un’autista che avevo prenotato da Delhi. Si parte per l’imponente città abbandonata di Fatehpur Sikri, la fitta nebbia mattutina che la avvolge rende la visita molto suggestiva. L’unica nota negativa è l’insistenza con la quale improvvisate guide turistiche chiedono di potermi accompagnare a loro dire per migliorare il proprio inglese ma chiaramente il loro scopo è quello di guadagnare qualche rupia. Ripartiamo alla volta di Jaipur con una breve sosta per pranzare lungo la strada. La capitale del Rajasthan ci aspetta con tutto il suo caos di ciclo-risciò, tuc tuc, scooter e auto (mai quanto quello di Delhi) ma anche con tutte le sue attrazioni. Alloggio al Bed&Breakfast Bhola Bawan dove trascorrerò due giorni coccolato da Sheetal e suo marito che mi hanno fatto sentire come a casa. Nel pomeriggio visito il City Palace, il palazzo residenziale del Maharaja con i suoi interni ed esterni tipici dell’architettura moghul. Successivamente mi perdo fra i vicoli e gli anfratti dei colorati bazar della città vecchia. La mattina seguente mi dedico alla visita del Jantar Mantar, uno dei primi osservatori astronomici della storia (utile noleggiare un audio guida che spiega il funzionamento di tutte queste bizzarre strutture) e l’Hawa Mahal, palazzo dalla facciata particolare che ricorda un nido d’ape dalle cui finestrelle le donne della famiglia reale potevano osservare l’attività nella strada sottostante senza essere viste. Solita estenuante contrattazione con uno dei tantissimi autisti di tuc-tuc e si riparte per l’Amber Fort, situato a 11 km a nord-est di Jaipur. Considerate un paio d’ore per vederlo bene, da non perdere la Diwan-I-Am (la sala delle udienze pubbliche) e la Ganesh Pol, la porta che da accesso al terzo cortile intorno al quale erano disposti gli appartamenti del marajah. Anche qui consiglio per i viaggiatori solitari come me l’utilissima audio guida in italiano. Dall’Amber Fort si può salire all’inespugnabile fortezza di Jaigarh, abbastanza spoglia ma merita la passeggiata per raggiungerla. Come da accordi il mio tuc-tuc mi sta aspettando alla base del forte per riportarmi a Jaipur (600 rupie indiane fra andata e ritorno), mi faccio lasciare di fronte al LMB hotel, al cui interno c’è un ristorante vegetariano (una istituzione locale), dotato di una rosticceria e pasticceria che offrono diverse prelibatezze indiane dove poter mangiare uno spuntino al volo (non lasciatevi scappare il loro kulfa). Al ritorno in b&b crollo dal sonno senza avere le forze per uscire a cenare.

PUSHKAR

Con un altro autista rimediato grazie alla padrona del b&b il giorno precedente (al costo di 4000 rupie) parto alla volta di Pushkar. Il cambiare autista ad ogni tratta contrattando di volta in volta il prezzo è sicuramente un modo per risparmiare ed essere più indipendenti nei trasferimenti, ma può presentare anche qualche aspetto negativo. Infatti questa volta non mi va così bene. Verso metà tragitto da Jaipur a Pushkar comincia a lamentarsi della stanchezza accumulata nei transfer precedenti e sostiene di volermi trovare una sistemazione migliore presso una travel agency verso la quale mi avrebbe portato che mi avrebbe organizzato i futuri transfer e sistemazioni. In tutti i modi provo a fargli capire che non avevo nessuna intenzione di essere affidato a degli sconosciuti e che il mio programma di viaggio era già definito e con non poca difficoltà riesco a farlo desistere dal suo intento. Purtroppo un viaggiatore solitario è maggiormente soggetto a subire queste truffe dalle quali bisogna guardarsi bene.
Arrivati a Pushkar, città strettamente vegetariana in cui la carne è bandita, prendo possesso della mia stanza presso la Inn Seventh Heaven e mi accordo per avere un altro autista per il transfer del giorno seguente. Pushkar non è comoda da raggiungere e non presenta monumenti di interesse turistico (fatta eccezione per uno dei pochi templi al mondo dedicati a Brahma) ma possiede un fascino profondo. Luogo di pellegrinaggio per gli induisti in cui recarsi almeno una volta nella vita, qui gli indiani si mescolano a tanti anziani occidentali figli dei fiori e giovani alternativi. Mi intrattengo a parlare con uno di loro intento a riparare la sua moto e scopro che sono diversi quelli che vengono qui in vacanza e rapiti dal misticismo che si respira decidono di rimanere più a lungo, qualcuno addirittura per sempre. Mi godo il tramonto sul lago sacro dove i fedeli hindu si immergono, accompagnato dal rituale del saluto al sole. Per cena gusto un delizioso thali al Sixth Sense, ristorante posto sulla terrazza della haveli in cui alloggio.

JODHPUR

L’ultima tappa del mio tour, il trasferimento prevede circa 3 ore e mezzo di strada verso Jodhpur, la città blu. Questo autista stavolta non fa scherzi a parte quello di prendere una strada alternativa a tratti sterrata che allunga il viaggio ma permette di rivelarmi scorci di vita quotidiana in isolati villaggi lontani da qualsiasi forma di modernità. Lascio i bagagli alla Haveli Inn Pal e inizio ad esplorare a piedi la città dirigendomi verso il Sardar Bazaar dominato dalla secolare torre dell’orologio sulla quale è possibile salire e conoscere il suo bizzarro custode. Cammino per la corta e ripida salita fino al Mehrangarh Fort che visito in poco meno di due ore. Gli ambienti esterni sono notevoli quelli interni non mi hanno entusiasmato, molti ospitano delle collezioni permanenti, interessante quella sugli howdah per elefante. Dal forte prendo un’uscita secondaria e mi ritrovo immerso nel quartiere più antico della città, quello di Navchokiya. Nonostante la polvere e lo smog provocato dai tubi di scappamento dei tuc-tuc che sfrecciano nelle sue strette vie decido di attraversarlo a piedi godendomi ogni singolo scorcio e momento di vita indiana, dal barbiere che rade per strada al ragazzo che estrae il succo dalla canna da zucchero con un’originale macchina al venditore di sementi e spezie. Dopo una lunga passeggiata ritorno in camera e mi dirigo a cena sul rooftop dell’hotel, al ristorante Indique, meno economico rispetto agli altri locali in cui ho cenato i giorni scorsi. Qui dopo un ottimo laal maas (carne di montone al curry) e una birra Kingfisher conosco Akash, un militare di Delhi che si trova a Jodhpur per motivi di lavoro con cui mi intrattengo a parlare. Dopo due ore e tre bottiglie di Kingfisher a testa ci salutiamo e ci scambiano i numeri di telefono e contatti Facebook. La mattinata seguente è dedicata allo shopping al Sardar Bazaar e verso l’ora di pranzo mi dirigo in aeroporto dove con un volo della Jet Airways (costo circa 100 euro) rientro a Delhi in un’ora e mezzo. Gli ultimi due giorni a Delhi li trascorro in compagnia di mia cugina fra rilassanti passeggiate nei bei parchi cittadini e cene in ottimi ristoranti indiani (su tutti consiglio il Chor Bizarre all’interno della Bikaner House, specializzato in cucina kashmiri). Prima di ripartire per l’Italia riesco a vedere il Red Fort (precedentemente chiuso per le celebrazioni della Festa della Repubblica) ma sento di sconsigliarlo almeno fino a quando i lavori di restauro di praticamente tutti i monumenti interni non saranno terminati dato che le impalcature coprenti non permettono di goderlo appieno (informatevi on line o alla biglietteria).
Un viaggio in India non è un viaggio come gli altri. L’India affascina e riempie il cuore con i suoi paesaggi, le sue meraviglie architettoniche, stimola gusto e olfatto con il suo cibo speziato e i suoi odori (non sempre gradevoli) ma allo stesso tempo stordisce con il suo traffico nelle grandi città e i continui clacson che suonano, affatica con le sue strade polverose e il suo inquinamento. Di sicuro non è un viaggio facile e va organizzato nei minimi dettagli soprattutto per chi la visita da solo.

Namasté India

Un grazie per il contributo a Marcello Lombardi.

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